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Commenti al film "Fino alla fine dell'EVEREST"


SINOSSI  del film
“FINO ALLA FINE DELL'EVEREST” di Davide Chiesa (54 minuti-2018)

PRESENTAZIONE DEL FILM:
Fino alla fine dell’Everest – Un film di Davide Chiesa – 54 minuti di intense emozioni
Come ha potuto un alpinista semplice e normale, come tanti, concepire, realizzare e poi narrare  per immagini di prima mano la scalata alla montagna più elevata della terra, sospesa tra sogno e realtà, imprese epiche e tragedie. già definita come uno dei luoghi più pericolosi al mondo?
Questo è il tema del film di Davide Chiesa: portare lo spettatore, mano nella mano e giorno per giorno, a condividere la scalata con l’alpinista, trasmettendogli le proprie sensazioni, le paure, le emozioni, le gioie, ossia tutto quanto si prova durante l’intero percorso.
Film sull’Everest ne sono stati girati parecchi e molti di stampo professionale. Eppure quest’opera si rivela innovativa: è un film speciale, unico nel suo genere, profondo, umano, vivo  e spirituale, girato e montato con il cuore, sincero e a volte commovente, ove il vissuto quotidiano prevale sulle note tecnico-specialistiche, in una piccola spedizione commerciale che si limita ad usare l’ossigeno al minimo indispensabile oltre la “zona della morte”.  Filmare e parlare in presa diretta oltre gli 8000 metri di quota comporta uno sforzo fisico e mentale al limite della resistenza umana, già provata dallo sferzare ininterrotto del vento e dall’enorme fatica del salire quei dislivelli infiniti.
In tale contesto Davide Chiesa propone un vero e proprio diario di viaggio. I lunghi allenamenti preliminari, le genti e l’ambiente fascinoso del Nepal, il popolo variopinto degli alpinisti, tra i crepacci ed i seracchi vertiginosi dell’Ice Fall, la vita dura nelle tende del Campo Base e su nei campi alti, i ripensamenti ed i dubbi, i drammi personali, la penosa attesa al Colle Sud che si apra qualche finestra di bel tempo, la disperazione ed infine il colpo di fortuna del calare del vento, che permette la salita il giorno 20 maggio a solo una manciata di alpinisti.
Si parte da Colle Sud con la consapevolezza costante della morte, la quale è una delle spinte più forti verso la vita, verso la cima, presa di coscienza di se stessi, e poi dalla notte all'alba verso l’affilato salto finale superando il famoso Hillary Step (qui mirabilmente filmato passo dopo passo) sin dove “non c’è più nulla da salire” e la visione abbraccia l’infinito.  
    
Una suadente voce narrante ci guida in questo percorso di immagini e di suoni e di voci in presa diretta, per poi chiederci alla fine i perché dell’impresa.  Forse occorre più coraggio ad affrontare la vita corrente, di tutti i giorni, dove la vera sfida è nel quotidiano?  

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Articolo de "Il Cittadino" della serata di Lodi
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COMMENTI:
  

IMPRESSIONI ANONIME
Di alcuni studenti di un Istituto Tecnico Superiore di Piacenza, dalla classe 2° alla 4°
dopo la visione del film “Fino Alla fine dell’Everest”

  • Mozzafiato.
  • È stato bello vedere che anche quando non credi di potercela fare arriva uno spiraglio di speranza.
  • Credo sia stato un incontro molto formativo e molto interessante.
  • Mi è piaciuto perché secondo me questo uomo ha fatto molti sacrifici per arrivare alla vetta e secondo me nella vita bisogna avere coraggio, determinazione e forza di volontà.
  • Questo incontro mi ha colpito molto. Sono rimasto veramente impressionato. Bravo!
  • Sono stato soddisfatto di questo incontro poiché grazie al film visto ho capito quanto sia importante e considerevole la forza di volontà e quanto essa influisca nel riuscire a compiere alcune follie apparentemente irrealizzabili.
  • Molto costruttivo.
  • È stato un bell’incontro e lui ha dimostrato coraggio, volontà ad affrontare un obiettivo così rischioso.
  • Ho trovato l’incontro molto interessante e istruttivo. Mi ha infatti trasmesso valori importanti e voglia di fare.
  • È stato molto interessante ascoltare le emozioni e le fatiche che ha sostenuto l’alpinista durante la spedizione. Il film è stato parecchio coinvolgente anche per il rapporto che viene presentato tra Davide e sua figlia.
  • Mi è piaciuto molto per il coraggio e la motivazione che ti fanno arrivare in cima.
  • L’incontro è stato molto bello per il risultato sicuramente ma la voglia di fare e di non arrendersi tra compagni che si aiutano. Il terrore di morire e di veder morire un compagno e ti rendi conto del valore delle cose è molto di più di quanto credevi prima.
  • Penso che questo incontro sia stato bellissimo. L’alpinista è stato davvero un esempio per tutti noi. Un incontro da ripetere.

Caro Davide Davoz Chiesa, stasera ho assistito alla proiezione del tuo  film "Fino alla fine dell'Everest", che ti vede anche protagonista  scalatore. Bene, ti rinnovo vivissimi complimenti per la passione,  determinazione e capacità ma soprattutto per la profondità di pensiero e  di sentimento ... Pensavo di andare a vedere un documentario sportivo e  invece ho visto una vera "storia d'Amore"! Grazie! Bravo e ... sempre  avanti!

Concordo in pieno con NADIA ed aggiungo che é un film ben  fatto che suscita vere emozioni, io per esempio sono stata in apnea  appena dopo il campo base e fino alla vetta dell'EVEREST.
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INTERVISTA APPARSA SU "LA PROVINCIA PAVESE" del 09/03/2018:
"Davide  Chiesa non è un uomo da record. Nonostante abbia compiuto sei  spedizioni impegnative negli ultimi sei anni, nonostante nel 2017 abbia  scalato nientemeno che l’Everest, l’alpinista di Castel San Giovanni  rimane uno che in montagna ci va per passione. Strano a dirsi, a  spingere Chiesa ad affrontare le ascese più ardue non è la volontà di  stabilire dei primati, ma più che altro il desiderio di documentare le  sue straordinarie esperienze: perennemente armato di diario e  videocamera, trasforma le sue scalate in libri e film, elabora i suoi  viaggi avventurosi in modo che diventino vere e proprie storie.  L’ultima, frutto dell’esperienza sul monte più alto del mondo, è “Fino  alla fine dell’Everest”, film-documentario che verrà proiettato sabato  sera alle 21 alla “Casa della cultura e del vino” a Canneto Pavese, dove  Chiesa sarà ospite del circolo culturale “Il Cirro Capriccioso”.
Cominciamo dal principio. Quando ha scoperto la montagna?
«Da  ragazzino, con gli scout. Mi sono innamorato subito dell’ambiente  montano, poi a 22 anni ho cominciato a scalare. Dapprima sono stato  attirato dall’arrampicata, ho scalato tante pareti di ghiaccio anche  piuttosto difficili e pericolose, poi a quarant’anni (sono del ’68,  quindi non troppo tempo fa) ho riscoperto lo sport di resistenza e ho  cominciato ad allenarmi con la corsa e lo sci alpinismo, affrontando  salite molto lunghe e ripide ma non troppo difficili dal punto di vista  tecnico. Da un certo punto in poi ho smesso di cercare il brivido, il  rischio a tutti i costi: sebbene l’adrenalina sia una componente  fondamentale anche nelle spedizioni lunghe, quando decidi di affrontare  una scalata come quella all’Everest entrano in gioco tutta un’altra  serie di fattori».
Cioè?
«Una spedizione di questo genere  dura circa due mesi, ma non tutti i giorni si scala. Buona parte del  tempo si aspetta la condizione climatica giusta, ci si riposa, si  ascoltano i segnali che ci vengono inviati dal nostro corpo. Si impara a  trascorrere molto tempo con sé stessi, e soprattutto a vivere in un  modo diverso. La giornata è scandita solo dall’alba e dal tramonto,  dimentichi il calendario, smetti di guardare l’orologio. Entri in una  dimensione naturale, durissima ma allo stesso tempo meravigliosamente  appagante: hai freddo e non hai alcun tipo di comodità, eppure a poco a  poco il disagio si trasforma in piacere. E alla fine stai benissimo»
Ci sarà stato anche qualche brutto momento sull’Everest.
«C’è  stato, sì. Al campo base con me c’era anche Ueli Steck, uno dei  migliori alpinisti al mondo, che ha perso la vita proprio in quel  periodo, mentre si allenava in solitaria. Nel film gli ho voluto rendere  un piccolo omaggio, era un grande sportivo».
Lei ha una bimba di  sette anni, e nonostante abbia ridotto il coefficiente di rischio delle  sue imprese l’alpinismo rimane comunque uno sport pericoloso. Non ha mai  pensato di smettere per lei?
«Nel film ci sono diversi dialoghi  con mia figlia, ed è un discorso che con lei affronto molto serenamente.  Le ho spiegato che i sogni vanno inseguiti, a qualunque età. Il mio è  questo, e come tante altre attività comporta dei rischi, l’importante è  saperli ridurre al minimo. L’incidente, l’imprevisto possono sempre  capitare, ma nel tipo di alpinismo che pratico io è abbastanza raro: su  due mesi di spedizione, i giorni rischiosi di solito sono quattro o  cinque, e in quel momento diventa fondamentale fare appello alla propria  esperienza e rimanere lucidi».
E dopo aver scalato l’Everest? Cosa rimane da fare?
«Non  essendo uno che insegue i record, non mi pongo questo problema, non ho  la necessità di fare “di più”. E comunque non anticipo mai la mia  prossima spedizione, di solito parto senza dirlo a nessuno».
E allora mettiamola così: quali altre imprese le piacerebbe affrontare prima o poi?
«La  verità? Vorrei affrontare una spedizione nel ruolo di videomaker, e non  di protagonista dell’impresa. Mi piacerebbe per una volta filmare la  scalata di qualcun altro: dovrei per forza di cose affrontarla anche io,  ma la storia che racconterei non sarebbe la mia. Sarebbe un  interessante cambiamento di prospettiva».

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Commento al film di Carlo Grenzi:
"Il film di Davide Chiesa, FINO  ALLA FINE DELL'EVEREST, montato e girato con il cuore, con una voce  narrante meravigliosa che sembra uscita da pellicole che hanno fatto la  storia del cinema, ha saputo cogliere i momenti romantici della vita di  un popolo così lontano da noi ed alternarli con momenti drammatici di  paura che potevano compromettere l'impresa che si erano prefissati, non  mancando di momenti sentimentali di amore verso la figlia alla quale lui  dedica la sua prestigiosa ascensione, una vetta che lui ha salito  lottando giorno dopo giorno, dalla preparazione alla spedizione stessa,  come un qualunque alpinista non professionista che si prefigge di  arrivare in vetta ad un ottomila. Il film ti tiene inchiodato "fino alla  fine" alla sedia, e fa respirare allo spettatore l'aria sottile insieme  l'alpinista stesso, passo dopo passo, momento dopo momento, emozione  dopo emozione, fino alla fine dell'Everest, laddove finisce il mondo e  la visione abbraccia l'infinito. Carlo Grenzi"

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Commento al film di Carlo Gatti:
"Davide, non mi è mai capitato di restare in piedi in una sala per  vedere un film... non ho mai percepito così tanta attenzione e silenzio  come ieri sera... durante l'ultima parte, quella che inizia con la tenda  al colle sud, sentivo lo scricchiolio dei seggiolini, di quelli che si  posizionavano al meglio per gustarsi le immagini finali... (giuro!)...  in poche parole, ieri hai fatto una serata magnifica!!
P.S. io due  righe alla Canon le scriverei... adesso vanno di moda le Go-pro, che  sembra estremo anche un campo di pomodori, ma il tuo filmato trasmette  incredibilmente la realtà. Ciao Carlo."

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Commento al film di Sergio Guglieri:
"Ciao Davide, come ti  accennavo l'altra sera, volevo scriverti queste due righe perche' in  quel momento non mi venivano le parole tanta era l' emozione. Volevo  dirti che, a parte l'impresa alpinistica che in se e' stata davvero  grandiosa, quello che piu' mi ha colpito sono state quelle sensazioni  che ho provato, e come me penso tanti altri, nel vivere insieme a te  quei momenti indescrivibili. Te lo posso giurare che in 70 anni non ho  mai provato nulla del genere. Tutto questo anche grazie al fatto che  quello a cui abbiamo assistito non era una recitazione come normalmente  si vede al cinema ma era la pura realta' che ci ha permesso di vivere la  tua avventura come se fossimo stati anche noi rinchiusi in quella tenda  a 8000 metri.L'altra cosa che mi ha davvero scioccato di te e' stata  che nonostante le condizioni davvero critiche della parte finale sei  riuscito a continuare le riprese fino all'ultimo, cosa che solo chi  possiede una forza di volonta' non comune e' in grado di compiere. E per  finire oltre a tutti questi aspetti hai saputo aggiungere anche quello  umano che anche lui mi ha commosso. Sei stato davvero un grande Davide, e  per me anche una lezione di vita. Grazie di tutto e un abbraccio,  Sergio."
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